Stagione capricciosa in Patagonia

Le "condizioni invernali" dell’estate patagonica

Published in News | mountain |
11 feb 2014
by Rolando Garibotti
Tag: alpinismo

Anche la stagione patagonica non è sfuggita finora alle irregolarità climatiche che hanno influenzato il mondo negli ultimi mesi. In alcune aree delle Alpi fino a metà gennaio l'inverno non era ancora cominciato; nelle Dolomiti sono caduti tre metri di neve in poco più di una settimana; in Nord America sono gelate le Cascate del Niagara per la prima volta nella storia; in Patagonia non c'è stata una sola giornata di bel tempo da novembre alla fine di gennaio.

Le "condizioni invernali" dell'estate patagonica hanno spinto gli alpinisti verso le vie che sono percorribili in questa situazione, vie come la Supercanaleta al Fitz Roy, i vari canaloni ghiacciati sulla parete est dell'Aguja Guillaumet, la via Exocet sull'Aguja Standhardt, ecc. Questo ha portato a un pericoloso sovraffollamento, che ha giocato un ruolo importante nei due incidenti più gravi della stagione.

Per quelli che avevano visitato la zona negli anni Ottanta e Novanta, il tempo durante questa stagione non era niente di particolare. In quegli anni era normale avere delle intere stagioni senza lunghe finestre di bel tempo. Tuttavia, il brutto tempo era una sorpresa per molti dei nuovi arrivati, che si aspettavano di trovare buone condizioni come durante le ultime passate stagioni quasi "tropicali". Quest'anno parecchi degli arrampicatori erano perfino arrivati senza neanche portare dell'attrezzatura alpinistica adeguata e si erano trovati ad arrangiarsi noleggiando e prendendo in prestito scarponi più caldi, ramponi e piccozze.

Le brevi finestre di tempo appena accettabile hanno permesso a tutti solo degli obiettivi modesti. Alcuni si sono limitati a ripetizioni, altri hanno cercato vie nuove corte, altri ancora si sono concentrati su cime che erano finora rimaste inviolate. Almeno sette vette sono state salite per la prima volta, tra queste l'Aguja Dumbo, Aguja Volonqui, Cerro Marconi Central, Cerro Piergiorgio, Punta los Tres Mosqueteros e Aguja El Tridente.

Per tre di queste cime, gli arrampicatori erano saliti fino alle "vicinanze" della vetta già decenni fa, ma non avevano raggiunto il punto più alto. Questo è un caso frequente in queste zone, perché le vette sono spesso sorvegliate da diabolici funghi di ghiaccio, che sono molto difficili da superare. Il ghiaccio ha la consistenza dello zucchero filato e spesso la roccia sottostante è completamente liscia, e quindi non si possono piazzare protezioni adeguate.

E' sorprendente che ci siano tutte queste cime inviolate in un'area così frequentata. E' qualcosa di piuttosto inusuale, che non capita negli altri gruppi montuosi ben conosciuti del mondo. Di solito ogni zona montuosa passa attraverso parecchi stadi: l'esplorazione è seguita dalla prima ascensione della maggior parte delle cime principali e solo più tardi si affrontano la vie più difficili. In quest'area il periodo dell'esplorazione e delle prime salite era breve e portato avanti da un gruppo molto limitato di persone e per questo nelle carte geografiche sono rimaste molte zone inesplorate. Qui l'alpinismo è iniziato a essere praticato con pieno vigore negli anni Settanta, anni in cui ormai la gente era principalmente interessata alle vie difficili, piuttosto che raggiungere cime vergini. In parte la colpa è anche del fatto che il Cerro Fitz Roy e il Cerro Torre sono le prime donne, che attirano tutta l'attenzione e gettano un'ombra su tutto quello che li circonda.

Il mio compagno Colin Haley ed io non siamo riusciti ad arrampicare molto nei due mesi in cui siamo stati qui, ma è stata una piacevole sorpresa esser stati i primi a toccare le cime di montagne impressionanti come il Cerro Piergiorgio e il Cerro Marconi Central. E' stato rinfrescante recitare il ruolo degli alpinisti della vecchia scuola, che cercano di raggiungere una vetta per la prima volta.

Rolando Garibotti


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