Jovica e quella filosofia che ti fa correre per sessantadue ore di fila

Si chiama Moab 240 Endurance Run: 383,5 chilometri con 8.981 metri di dislivello nello Utah. L’atleta serbo è arrivato secondo. Ecco i suoi segreti, a partire dallo zaino

Published in News | running |
06 nov 2018
by SCARPA®
Tag: trail running
Jovica e quella filosofia che ti fa correre per sessantadue ore di fila

La Moab 240 Endurance Run più che una gara è un capitolo della tua vita. Parti che sei una persona, torni a casa che sei diverso. Inizia e finisce a Moab, nello Utah: è l'antica terra degli indiani Navajo. Il percorso corre lungo il fiume Colorado attraverso canyon e deserti, e poi si inerpica verso le montagne Abajo, quindi raggiunge le vette di La Sal per tornare infine a Moab. In tutto sono 383,5 chilometri con 8.981 metri di dislivello. Partecipa l’elite mondiale dello skyrunning, 250 atleti che affrontano temperature che oscillano dai sette gradi sottozero al calore dei +37: in un giorno si cambiano quattro stagioni. Il tempo limite è 112 ore, quasi cinque giorni di corsa.

Ebbene, in questo girone dantesco di emozioni e dolore, fatica e gioia Jovica Spajic, atleta serbo del team SCARPA®, è arrivato secondo: 62 ore e 40 minuti senza dormire. Un’esperienza brutale e indimenticabile per l’ex agente che ha lavorato nell’antiterrorismo serbo prima di darsi alle ultramaratone con la nazionale.

 

Jovica, complimenti. Un risultato eccezionale. Ma la vera domanda è: come mai ti metti alla prova sempre su queste misure così folli?

È una mia passione, che mi permette di mettere in pratica molti addestramenti militari. Adoro sfidarmi negli ambienti più complicati al mondo e la Moab 240 Endurance Run è proprio questo. Il calore del deserto, la sabbia, le strade sporche, i canyon, i valichi fluviali, i single track, le foreste, il fango, la neve, le radici, la pioggia e il vento forte: gli atleti devono trovare un modo per sopravvivere alla battaglia con le condizioni meteorologiche e gli elementi, la distanza e la privazione del sonno




Più che una corsa, sembra una filosofia esistenziale, la summa di un trattato sulla resilienza…
In effetti è vero, dentro un viaggio come questo ci sono tante emozioni. È un "capitolo della vita" e un'avventura epica, si vivono momenti indimenticabili pieni di lacrime e sorrisi. Ed è necessario avere oltre alla preparazione fisica eccezionale, anche la stabilità mentale, la resistenza allo stress, la capacità di muoversi per giorni con assunzione minima di cibo e fluidi, senza dormire

 

Ma cosa ci si porta via, nello zaino, per correre oltre sessanta ore in un ambiente tanto estremo?
Io sono partito senza un team di supporto e senza aiuti ai vari campi vita. Ho dovuto portare tutto con me, dalle giacche impermeabili a quelle leggere antivento, passando per gli strati caldi, i buff e il cappello, senza dimenticare la pila, i bastoncini, i ramponcini e tutto il cibo necessario. Avevo anche gps e kit medico. In tutto sette, otto chili.

 

A proposito, in situazioni di questo genere che scarpe vanno indossate?
Io ho usato sempre e solo lo stesso paio: le Spin RS8. Le avevo già testate prima, hanno prestazioni straordinarie su ogni superficie, dalla sabbia del deserto alla strada sporca, fino al marciapiede, alla neve e al fango. Sembrano fatte apposta per sopportare tutto ciò che madre natura potrebbe potenzialmente lanciare sui protagonisti di un ultra-trail come questo.

 

Impossibile riassumere tutto quello che ti è capitato durante la gara. Ma dici spesso che le ultra sono metafore della vita. Perché?
Hai molti alti e bassi, ma devi sempre trovare motivazione e ispirazione per andare avanti, essere determinato e concentrato fino al traguardo. In gara ho avuto problemi nel mangiare, ho sofferto molto. In quei momenti cerco di pensare ai miei cari, di avere emozioni positive e solari.

 

Il percorso di questo tipo che rapporto instauri con la natura attorno?
Sembrava di essere in un altro pianeta, in un mondo stupendo, ma crudele: non perdona gli errori. Diventa decisivo rispettare le leggi della natura, ed è ancora più importante ascoltare il tuo corpo, diventare consapevole di te stesso.

 

Hai consigli da dare a chi volesse tentare una gara come questa?
Sono sfide estremamente pericolose. Serve arrivare alla gara completamente sano, fisicamente attrezzato e logisticamente organizzato. Devi prevedere lo scenario peggiore ed essere pronto ad affrontarlo. Devi essere umile e ascoltare i consigli che ricevi da chi ha partecipato in precedenza alla gara. Il resto è gloria: il fatto stesso di aver terminato l'ultramaratona è già un atto eroico, qualcosa che dà un "vento alle spalle" per le lotte che dobbiamo affrontare ogni giorno.

 

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