Elisa, la mamma volante che non smette di vincere

Inizio di stagione con risultati eccezionali per Desco, che ad un anno e mezzo dalla seconda figlia è prima alle World Series.
La signora delle montagne. La mamma volante. La skyrunner dei record. Ormai è scattata una gara tra i giornalisti di settore per trovare il modo migliore per descrivere Elisa Desco, l’atleta del team SCARPA® che a 37 anni e dopo aver messo al mondo due figlie sta stupendo l’universo del trail running. Prima nel circuito mondiale delle World Series Skyrunning, quest’estate ha pure iniziato a correre ultra e con ottimi risultati. E sembra non voglia fermarsi più. Ma prima di parlare, deve mettere a sedere la figlioletta e riordinare le pentole che ha appena tirato fuori dal cassetto.

Elisa, dal parto della tua secondogenita a novembre 2017 ai vertici mondiali dello skyrunning in 18 mesi. C’è un segreto?
“Mi sento bene, devo ammettere che è davvero un bel momento per me. Dopo la gravidanza, ho fatto riposare il mio corpo. Mi alleno meno, corro al massimo una volta al giorno per un’oretta. I lunghi quasi non li faccio più, se non in gara. Se sono cotta del tutto, resto anche ferma per recuperare. Corro meno in allenamento, ma nelle sfide vado più forte”.

Magari è anche il “cuore di mamma” ad aiutarti nella gestione della competizione?
“Più che il cuore, è la testa. C’è qualcosa di naturale e istintivo nell’aumento della sopportazione alla fatica che avviene in una donna dopo la gravidanza. Ti abitui a non dormire, a sopportare, a lottare. Mi sento mentalmente più forte, controllo di più l’insonnia. Poi la gara ormai è una forma di libertà, di solitudine e me la gusto fino in fondo”.




Soffri meno lo stress delle competizioni e vinci di più, è questa la tua ricetta?
“Forse è l’esperienza, forse la consapevolezza, forse un approccio diverso alle gare. Ma da giovane ero davvero agitata, sprecavo energie mentali. Adesso invece cerco di studiare come sta il mio corpo, capisco da subito le sensazioni e mi adatto. Ciò mi permette di concentrarmi sulle difficoltà tecniche del percorso e non su ansie che non esistono”.

Ne è nata una stagione memorabile, iniziata col titolo italiano di Winter Trail di corsa sulla neve coi ramponcini. Poi la vittoria in Giappone nelle World Series.
“Avevo davvero delle belle sensazioni, correre sulla neve mi piace davvero. Quella in Giappone era una gara corta, quando mi sono vista in testa ci ho provato. Ma devo dire che non ero del tutto serena: mi avevano detto che in zona c’era un centinaio di orsi. Avevo paura di trovarmene uno sul sentiero”.

Poi è arrivato il tuo esordio nelle Ultra, la Transvulcania da 75 chilometri.
“Èstato un calvario fin dall’inizio, non sempre le gare vanno come vogliamo. Arrivare sesta è stato un buon risultato, anche se ho perso posizioni in discesa: sono fifona, soffro di vertigini a volte. Poi sono arrivata seconda a Zegama, la gara delle Golden Series di Salomon dove ha vinto l’amico Kilian Jornet. A proposito di discesa: vederlo scendere è impressionante. A volte gli dico di stare attento, che ha anche lui un figlio. Lui vola, davvero”.

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Adesso ti trovi prima nelle World Series, vuoi diventare la mamma campione del mondo?
“Magari (ride, ndr). La verità è che ho corso più gare delle altre mie colleghe, tra poco scenderò in classifica. Il mio primato era il sesto posto, spero di migliorarmi. Le gare non vanno sempre bene, come a Livigno dove sono arrivata seconda, nonostante fossi a casa mia. In Grecia, invece, alla Olympus Marathon ho fatto il record italiano senza troppe aspettative”.

Di certo, nessun luogo è lontano per una mamma runner come te, che non si riposa mai. Ma quando smetterai di correre?
“Spero mai, l’amore per la montagna e per la corsa fa parte di me. Quest’anno sto dando tutto, non credo potrò rimanere ancora a lungo ai vertici mondiali del trail running. Forse con gli anni farò sempre meno trasferte, stare lontana anche solo due giorni dalle mie figlie mi pesa un sacco. Ma per ora vivo questo sogno, ho davanti un’estate di sentieri mozzafiato da correre. A fermarsi, ci penseremo più avanti”.
 
Credits: Miro Cerqueira, Oriol Batista