Dal blog al Tor Des Geants, Francesco Fazio e quella partenza che è il traguardo

“In sei anni sono passato dai campi di calcio alle imprese sui monti. Il mio obiettivo? Stimolare i ragazzi e far passare un messaggio ambientalista”
Le emozioni che la corsa in montagna proietta nei cuori e nelle anime sono infinite. E sarà forse per questo che quando due runner si incontrano, anche se non si conoscono, vanno avanti ore e ore a parlare. Francesco Fazio, 42 anni, tecnico informatico di Abano Terme nella vita reale, ultrarunner in quella dove è libero di sognare, è uno di quelli a cui piace raccontare le sue imprese, quelle di uno sportivo normale, che in pochi anni è riuscito a concludere la gara regina di tutti i trail, il Tor Des Geants. Lo fa tramite un blog e con una presenza costante nei social network, Facebook in particolare. “Il mio obiettivo è trasmettere il valore della resilienza, la passione per la montagna e il coraggio di affrontare le sfide”, dice a chi gli chiede dove trova l’energia per portare l’asticella sempre così in alto.

“La partenza è il vero traguardo”, hai intitolato così il tuo blog. Come mai?
“Io ho iniziato a correre a 35 anni, prima ero capitano di una squadra di calcio di seconda categoria. In sette anni sono arrivato a compiere imprese che credevo impossibili. Il motivo è semplice: sono determinato, quando inizio un’avventura la porto a termine. Sono sicuro che tutto sia difficile e complicato, ma che quando si inizia il traguardo sia ineluttabile. Per questo la partenza è il vero obiettivo, quando decollo torno a terra solo quando ho finito”.



​​​​​​​Perché scrivere di corsa sul blog e sui social network? Non ti basta quello che senti durante gli allenamenti o le gare?
“Mi piace trasmettere quello che vivo. All’inizio era una specie di racconto per amici e parenti, poi a poco a poco, negli ultimi anni, il gruppo dei lettori si ingrandito. Dovrei aggiornare più spesso il blog, ma scrivo quando ho davvero qualcosa da dire. Quello che voglio è che le mie parole riescano a trasmettere che davvero tutto è possibile”.

Anche correre cento chilometri se oggi la tua l’unica attività è rimanere seduto sul divano?
“Certo, basta volerlo. I numeri sono relativi. Si fatica a lasciare il campo di calcio, si lotta per correre cinque chilometri, si fatica per venti, si piange per una maratona, si battaglia duramente per cento. Dipende dall’approccio, tutto è relativo. E in ogni caso tra i monti si sta bene, si stacca dagli affanni della quotidianità, si rinfrescano i pensieri. Non bisogna avere limiti, nessun posto è lontano”.

Sarà. Ma passare dalle ripetute sui Colli Euganei alle vette della Val d’Aosta non deve esser stato semplice.
“In effetti i 330 chilometri con trentamila di dislivello del Tor Des Geants sono stati l’impresa più importante della mia vita, la metto tra le dieci cose più belle che abbia mai fatto. L’ho finita in 146 ore, metà dei concorrenti si ritira o si infortuna. In sei giorni ho dormito solo sette ore. Cammini di notte con gli occhi chiusi, devi mangiare e bere in continuazione per sopportare le crisi”.

E sicuramente serve qualcuno al tuo fianco. Ma la tua compagna non si stanca mai?
“È stata bravissima, mi ha seguito in tutti i punti vita. Magari camminava per qualche ora, attendendomi, tagliando qualche percorso di trekking che incrociava quello della gara. Ma mi è sempre stata vicina, le crisi non mancano e avere qualcuno che ti dia dei guanti caldi o qualcosa da mangiare in quelle situazioni è fondamentale. Come quando mi alleno duramente, ci sono dei periodi in cui semplicemente penso solo allo sport e serve che la famiglia condivida i tuoi obiettivi”.



Ma quindi sei un competitivo o nelle gare ti basta star bene e divertirti, senza badare al cronometro?
“Prima di tutto, competo sempre con me stesso. Cerco di tenermi sotto pressione, di uscire dalla mia confort zone, cerco di migliorare e di battermi. Poi ovviamente adoro divertirmi, ma senza quel pizzico di tensione non sarei più io. Nelle gare vedo una metafora della vita: più ti impegni, più porti a casa risultati”.

E in tutto questo che messaggio mandi?
“Penso alle nuove generazioni. Vedo bambini e ragazzi che ottengono tutto solo schioccando le dita. Credo che invece farebbe bene a loro faticare e impegnarsi per ottenere risultati proporzionali a quello che hanno dato per ottenerli, come accade nei trail. Serve fare sacrifici, nulla è dovuto”.
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Se poi la lezione arriva dai monti, tanto meglio.
“Questo è il mio ultimo messaggio. Spero di trasmettere valori sani, a partire dal rispetto per l’ambiente. Quando mi invitano a scuola, spiego che se trovo cartacce abbandonate a terra sui sentieri, io le raccolgo. C’è molto di ambientalista in quello che faccio, spero che in futuro possa servire. “Sportivamente” è tutto questo, è vivere la natura e le sfide con sé stessi per migliorare il mondo che abbiamo attorno”.