Jovica vince la corsa nel deserto più dura al mondo

Sei giorni, 250 chilometri a oltre 2.500 metri di altezza nel deserto “marziano”. “Atacama Crossing, dedico la mia vittoria a chi sogna”
L’Atacama crossing è un trail da 250 chilometri. Si corre in Cile per sei giorni, con un picco di quasi ottanta chilometri il quinto giorno. È considerata una delle gare più difficili al mondo e non a caso fa parte del circuito dei “4Deserts”, le quattro sfide più crudeli per gli ultrarunner, gare che si corrono nei luoghi più ostili del pianeta, caratterizzate da vento, caldo o gelo estremi: dal deserto dei Gobi in Mongolia a quello della Nabibia, fino alla sfida più estrema di tutte, l’Antartide.
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L'Atacama Crossing fa parte di questo quartetto infernale, attraversa il deserto omonimo: è il più arido della Terra. È un viaggio onirico, dentro un mondo surreale nel quale si alternano di laghi salati, vulcani, colate laviche e dune di sabbia. E forse lo avete già visto, a vostra insaputa: grazie al suo aspetto ultraterreno, il paesaggio è stato paragonato a quello di Marte ed è stato usato come location per le riprese, come ad esempio in “Space odyssey: voyage to the planets”. Non basta: si corre tra i 2.500 e i 3.000 metri di altezza, alla fatica si somma la sfida per respirare.



​​​​​​​Ebbene, è stato questo il teatro nel quale Jovica Spajc, atleta di Belgrado del team SCARPA®, ha realizzato un’impresa epica. Dal 29 settembre al 5 ottobre ha infatti vinto tutti e sei gli “stage” dei quali si compone la gara, correndo col suo pettorale 71 per 29 ore e 22 minuti e lasciandosi il secondo arrivato – un atleta giapponese - ad un abisso di distanza: è arrivato a più di tre ore dopo di lui. “Una sfida favolosa, ringrazio gli organizzatori e gli altri atleti”. Queste le sue prime parole al traguardo sotto i flash delle macchinette fotografiche, in una città, quella di San Pedro, che osservava sorniona gli eroi dell’endurance. Lui continuava a sorridere, ha evitato di scontrarsi con un cane che correva sulla linea del traguardo e poi ha fatto un inchino a chi lo applaudiva.

“Devo ringraziare chi ha creduto in me, mi sono allenato duramente per questa competizione e ce l’ho fatta”, racconta. “È’ stato davvero emozionante sfidare atleti di tutto il mondo, dalla Scandinavia agli States, passando per Cina e Nuova Zelanda, che come me amano correre nei luoghi più impervi del pianeta. Madre natura ci ha sfidato in ogni modo, ma ce l’abbiamo fatta”.



Inutile chiedergli trucchi su come allenarsi per una sfida di questo livello. Militare nel settore dell’anti-terrorismo per professione, Jovica svetta anche a livello atletico. Quattro allenamenti al giorno, due per l’esercito e due personali, e corre dai venti ai quaranta chilometri ogni ventiquattro ore. Praticamente, si riposa solo la domenica per leggere e mangiar sano. Uno come lui è sempre al top. “Avevo uno zaino da 11,5 chili di peso”, spiega. “Per tutta la settimana, l’organizzazione ci ha fornito solo le tende per dormire e l’acqua per bere o per cuocere il cibo. Dovevamo essere autonomi su tutto. Il Cile ci ha dato terre stupende, il limite era solo il cielo e per questo, grazie alla mia grande motivazione, sono riuscito a portare a termine l’impresa”.

Nell’attesa delle sue prossime avventure (ha annunciato di voler correre la Rovaniemi 150 e la Iditarod Trail invitation in Alaska), l’ultimo pensiero è la dedica per la vittoria. E anche in questo Jovica stupisce e fa percepire che nessun luogo è davvero lontano quando si vuole sul serio raggiungerlo. “Dedico questa vittoria a chi sogna, a chi ha una forte speranza nella vita, a chi ha la capacità di credere in sé stesso. Tutto è possibile, credeteci”.

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