Correre a meno quaranta o sui luoghi che amavi da bambina, ecco le gare indimenticabili del 2019

Ogni trail ha dentro la sua emozione. Abbiamo chiesto agli atleti del team SCARPA® di ricordarne una, quella che ricorderanno per sempre
Sono atomi di bellezza pura. Sono sensazioni che ti porti dentro per mesi, a volte per anni. Emozioni che travalicano lo spazio e il tempo, quegli squarci di vita vera che solo quando arrivi più in là, in quel luogo che credevi troppo lontano, appaiono. Epifanie momentanee, oppure stati di flow atletico che durano per ore. La spina dorsale del trail running è nell’anima di chi corre: si fatica in modo disumano e si lotta su ogni sentiero solo perché sai che, se sei fortunato, vivrai uno di quei momenti per il quale vale la pena vivere. Per questo SCARPA® ha deciso di chiedere agli atleti del proprio team di riassumere con qualche fotografia mentale la loro stagione. Non solo risultati e classifica, dunque. Ma soprattutto la scelta di un momento che non dimenticheranno mai, qualcosa che riporta questi atleti d’elite al livello di tutto il colorato mondo degli skyrunner che ci impiegano il doppio, a volte il triplo del loro tempo dallo start al gonfiabile del traguardo.



Ecco alcune di queste traiettorie.
Per Aurélien Dunand-pallaz, ad esempio, la giornata da non dimenticare è quella del trail "One & 1", la gara che ha organizzato nel sud della Francia. Sì: organizzato. Per lui è stata la prima volta, e mai in casi come questi vestire i panni degli “altri” per lui è stato emozionante. “Quel giorno ho vissuto tante prime volte assieme”, spiega. “La prima edizione della gara, la prima mia sfida della stagione, la mia prima gara a squadre che durava più di due giorni. È stata un'avventura straordinaria, l'ho condivisa con Sylvain Camus. Alla fine abbiamo pure vinto, ma ricorderò soprattutto questi due bellissimi giorni di sport per come ci siamo incoraggiati a vicenda durante una lotta durata 80 chilometri e 5000 di dislivello, con tanto di cena e notte in tenda sotto il diluvio”.

Per raccontare la stagione di Daniel Jung ci vorrebbe invece un libro. La sua passione per le corse e per le relazioni che si instaurano tra le persone è infatti un vivo motore che gli fa provare sempre nuove esperienze. E tra tutte, a lui piace ricordare due giornate contrapposte, che sintetizzano come, quando si corre in montagna, tutto può accadere. “Mi sono fatto un grande regalo all'ultima gara in Spagna”, racconta. “Nella notte del mio compleanno ho tagliato per primo il traguardo della Costa Blanca Trail. È stata una sorpresa: mi ero allenato poco per più di due mesi e non potevo immaginare di percorrere più di 100 chilometri con 5.800 metri di dislivello a quel ritmo”. Dalla gioia ai dolori, ancora Daniel: “Un grosso errore che ho commesso è stato invece quello di correre la Transvulcania quest'anno, ero infatti stato malato i giorni prima. La gara si è trasformata in una tortura e mi sono dovuto arrendere dopo 45 chilometri, perché non era più possibile proseguire. Quel giorno avrei dovuto ascoltare meglio il mio corpo”.




Per la leggenda vivente del trail running americano, Joe Grant, il 2019 resterà indelebile per una esperienza a metà tra lo sport e la vita personale. Ha infatti organizzato con un manipolo di amici un viaggio da 800 chilometri, in Colorado, da Nord a Sud. Accompagnato da due fotografi e un musicista, ha raccontato il suo percorso con un video e immagini spettacolari, tra sentieri mozzafiato e paesaggi dai monti al deserto. “Ricordo i primi tre giorni, faticavamo per la mancanza di cibo, dal quarto è andata meglio”, ripensa così oggi la sua avventura. “Equipaggiamento essenziale, solo voglia di correre e di stare bene con gli amici lontano dallo stress delle competizioni o dei cronometri, persi nella natura che amo di più. Per me questa sfida aveva anche una valenza emozionale. L’abbiamo ribattezzata “da casa a casa” per ricordare quando, dieci anni fa, mia moglie si era trasferita a vivere a Nord. Oggi è docente universitaria, ho corso anche per lei”.




Nel team SCARPA® c’è poi Moreno Pesce: ogni sua salita è un grido rivolto al cielo, è un inno al coraggio e una dimostrazione pratica che nessun posto è davvero lontano, se lo vuoi raggiungere: normodotato o no. Il suo 2019 è dentro un video, quello girato nella tremenda salita di Punta Penia in Marmolada. Così lui ricorda quella giornata infinita. “Ho capito cosa significa avere il coraggio di mettersi a nudo davanti agli altri”, dice. “Ed io, personalmente, avevo vergogna di ciò, non mi piaceva farmi vedere come ero diventato. Solo il tempo mi ha saputo aiutare. Dandomi la forza di essere un uomo, in grado di accettare e comprendere i miei limiti, trasformandoli in energia, per pormi degli obiettivi e cercare nuove sfide personali. Una salita, un’ascesa, non può essere sempre perfetta. Non può andare tutto bene. Esistono situazioni in cui tutto sembra crollare, ed è allora che entra in gioco un unico desiderio. Essere di nuovo piccolo, avere davanti qualcuno che pensa per me. Che decide per me, che mi rassicuri”.



Anche Pablo Criado ha vissuto la sua avventura leggendaria. E per lui è stata la 100 miglia dello Yukon Artic Ultra: più che una gara, un'esperienza di sopravvivenza nel freddo inverno dell'Artico canadese, nella quale si corre a 40 gradi sottozero trascinando una slitta sui fiumi ghiacciati e attraverso foreste che sembrano di vetro. “È stata una gara molto speciale”, racconta lui. “Ricordo il tramonto nel mezzo di un fiume ghiacciato. Non ho dovuto mettere la lampada: dato che era completamente piatto, potevo continuare a correre nel buio. Il freddo estremo ha reso il mio corpo quasi completamente vuoto, ma ciò mi ha permesso di trovare dentro di me stesso più di quanto pensassi per finire la gara. Non conta il secondo posto: la solitudine e l'autosufficienza che ho dovuto affrontare hanno reso l'esperienza indimenticabile”.



​​​​​​​Infine, l’esperienza di Sara Mazzucco, che descrive con palpiti di gioia la sua Drei Zinnen Alpine Run, una gara che si corre su montagne che ama follemente e su sentieri che aveva già calcato da bambina. “Conoscevo a memoria il percorso – racconta - ma riuscire a correrci in mezzo ad atleti di fama mondiale aveva tutto un altro effetto. Il punto più emozionante è stato quando, superato il penultimo rifugio, il Pian di Cengia, mi si è aperta la vallata con in fondo il Locatelli. Per un attimo sono riuscita a godermi in tutta la loro bellezza quelle alte crode, i ripidi ghiaioni, i laghetti sul fondo che si rispecchiavano in un cielo limpidissimo. Da lì mancavano solo due chilometri e dopo una discesa tecnica sul ghiaione, una caduta in cui mi sono rialzata subito grazie all’adrenalina che mi pulsava in corpo e ad un’ultima salita con un tifo da stadio, finalmente il traguardo. Indimenticabile”.


Credits: One&1, Chris Parker, Jacopo Bernard, Sportograf.com