Il bastone regalato a Silvia e il silenzio dopo il ristoro di Filippo, ecco la vera anima dei trail

Ogni corsa tra i monti ha qualcosa di irripetibile. Abbiamo chiesto agli atleti del team SCARPA® di ricordarne una, quella che ricorderanno di questa stagione
E venne quel giorno dove natura, mente e cuore si fusero in un tutt’uno. Il giorno perfetto, quello nel quale si corre in montagna senza limiti, il giorno nel quale nessun posto è davvero lontano, quello per il quale vale la pena vivere. Una stagione di trail running è costellata di mille fatiche, di lacrime e sofferenza. Ma soprattutto dona emozioni forti e vere, quelle che non ti dimentichi mai. Forse per un gesto atletico, di solito invece perché si vive la gara con qualche amico, o piuttosto si va oltre un limite che credevamo impossibile. Abbiamo chiesto agli atleti del team SCARPA® quale sia, per loro, il ricordo indelebile della stagione appena conclusa. Ecco le loro storie, che per una volta sono simili a quelle dei trail runner della domenica: solo emozioni, il cronometro non conta e il coraggio non basta mai di fronte a sfide sempre più impegnative.

Perché sembra impossibile, ma anche i campioni a volte hanno paura. È il caso di Elisa Desco, che non dimenticherà mai la Zermatt ultraks Extreme, 24 chilometri con 2.800 metri di dislivello, una gara impressionante: si raggiungono due cime sopra i 3.200 metri di quota, tra il materiale obbligatorio c’erano anche i ramponcini per attraversare un ghiacciaio. Il resto del percorso? Arrampicate, creste, ghiaioni e pietrate. “Ho corso con una francese che continuava a ripetere che era una crazy competion”, sorride oggi Elisa nel ricordare la vigilia insonne e la paura di farsi male. “Gare troppo rischiose non fanno per me, sono mamma”. Fino al gran finale. Elisa è quarta e si rende conto di aver perso il pettorale. “Presa dal panico, poco lucida per via della stanchezza e pensando che mi avrebbero squalificato, sono tornata indietro, perdendo tre posizioni”, racconta. “Marco (De Gasperi, ndr) era sul percorso per assistermi in questo evento “storico”: io che corro una gara extreme. Vedendomi da lontano mi ha urlato di continuare. E allora ho ripreso la gara, sono riuscita sul tratto finale più corribile a riguadagnare quelle tre posizioni stupidamente perse. E ho tagliato il traguardo felice come se avessi vinto: avevo superato le mie paure”.

Dall’ansia per la verticalità al senso di smarrimento che si prova sulle lunghissime distanze. Il 2019 di Filippo Canetta resterà indimenticabile per le ultra: quest’anno è passato dai 250 chilometri su strada delle Sakura Michi (Giappone) ai 233 chilometri e 20.000 metri di dislivello dell’Euforia, ossia il periplo del Principato di Andorra passando per tutte le cime in semi-autosufficienza. “Non è stato facile, ma a me piacciono le sfide”, racconta. “Dopo il primo giorno in Andorra, in cui avevo percorso solo 40 chilometri, ero distrutto e deluso, volevo ritirarmi. Poi la confusione che si era generata all’interno del ristoro mi ha spinto ad uscire per ritrovare la tranquillità della notte e non mi sono più fermato fino al traguardo. Come sempre nelle ultra non è finita finché non è finita”.

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E che il trail running sia esperienza a volte mistica lo conferma una delle atlete d’elite a livello mondiale, Silvia Rampazzo, che si porta nel cuore l’Annapurna Trail Marathon, in Nepal: quasi 3.500 metri di dislivello sulla distanza di una maratona, con un muro di 2.500 metri concentrati in una sola interminabile scalata, spesso a gradoni, fino al view point a 3.800 metri di altezza, lungo il Mardi Himal Trek: un trekking celebre per essere percorso quasi esclusivamente da pellegrini nepalesi. “Il tratto centrale è incredibilmente spettacolare, in cresta: si corre a fianco dell’Annapurna andando incontro al Machapuchare”, racconta Silvia. “Attraversare i villaggi e incontrare i contadini di montagna ricevendo sorrisi e incitamenti rende la corsa ancora più autentica e unica. E infine un regalo che ricorderò a vita: un bastone, un semplice bastone di legno che un contadino mi ha allungato vedendo il mio incedere affaticato. Emblema di un popolo che è abituato a confrontarsi con la fatica e che non ha praticamente nulla, ma che è disposto ad offrirti quel nulla con generosità infinita”.

Teresa Nimes invece non dimenticherà mai un’impresa di quelle che il medico vi sconsiglierebbe: correre per 119 chilometri e scalare un muro da 3.730 metri in Turchia, al celebre trail di Cappadocia, con una distorsione. “Adoro quei paesaggi, ci sono posti che sembrano una cartolina con tanto di mongolfiere sopra le montagne”, dice lei. “La conformazione del terreno da certi punti di vista assomiglia a dove vivo io; la gentilezza delle persone la rende una gara dove vorrei tornare ogni anno”. Meglio, però, sarebbe evitare una distorsione il sabato prima della gara, come le è capitato. Ma tant’è, quando si inizia a lottare, si deve andare avanti fino alla fine. E così, tra russi e italiani da controllare è arrivato il buio e la discesa finale. “C’era poca stabilità sul battistrada e la caviglia mi faceva male”, racconta Teresa. “Ma mi rendevo conto che stavo superando anche degli uomini, tutto andava per il meglio. E alla fine sono arrivata seconda donna, ottava assoluta, in poco più di 13 ore. Stupendo”.

Giorgia Felicetti ha invece dedicato la stagione alle scalate e all’alta montagna, in gara ha corso solo qualche vertical. Per lei, la gara “indimenticabile” è stato il Vertical di Crepa Neigra 2019, tappa del circuito di Coppa del Mondo. È la sua preferita, si corre sulle montagne di casa sua. “Quest’anno è stata una sfida davvero speciale per me, era presente ad incitarmi tutta la mia famiglia: dai genitori ai nonni, passando per zii e cugini. Capita davvero raramente, di solito corro in luoghi distanti da casa. Ed è stato stupendo correre la mia gara preferita di fronte a loro, misurare il mio stato di forma e percepire i miglioramenti dall’anno prima”.



​​​​​​​Infine, Matteo Pigoni, mosso dalle stesse emozioni di Giorgia: è la dimostrazione che nulla è così delizioso e perfetto come avere vicino chi ami quando corri. Nel suo 2019 sono capitate due di queste giornate: il Cortina Trail e l’Ecomaratona del Ventasso. A Cortina, “una soddisfazione enorme in un percorso veloce e panoramico, una giornata davvero eccitante”. A Busana di Ventasso, “è sempre stupendo, è stata la mia prima gara in un trail e ci torno sempre, il pubblico mi conosce e mi incita, una vera magia”. Sono giornate di pura gioia, che quando le rivivi, prima di addormentarti, non ti stancano mai per la serie di stupendi eventi che si sono incatenati l’un l’altro. In cinque parole: è la magia del trailrunning.

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Credits: Martina Valmassoi