La peggior stagione vissuta da chi ama il trail running, ecco le gare del Team Peggiori

Emilio si rompe testa e occhiali per la seconda volta, Luca pensa ai figli nei luoghi più belli del mondo e Manuel si porta a casa un Dolometto
Ci sono leggende dietro le loro imprese che si perdono tra le nubi del tempo. Ci sono immagini sbiadite, racconti che arrivano da vallate dimenticate. La loro fama li precede, sempre. E quando appaiono stupiscono perché, davvero, nessuno può credere che esistano davvero. L’aurea magica che li tiene uniti è talmente potente, talmente poetica, talmente goliardica che sembra travalicare gli universi. Ci vorrebbero anni per raccontare le loro epopee, noi abbiamo solo lo spazio di un articolo per riassumere alcune fotografie della peggior stagione del Team Peggiori. Un gruppo di skyrunner che si muove su quella linea che unisce il gonfiabile della partenza al chiosco delle birre del traguardo, un manipolo di scanzonati corridori del cielo che portano a termine imprese suggestive in ogni parte del mondo. Unica regola: non usare mai l’aggettivo “migliore” in loro presenza. Vuoi capirne di più? Ecco i momenti peggiori della loro stagione.
A partire da Emilio Vellandi, che ha scelto di mettere in cornice la foto del suo Adamello Ultra Trail da 90 chilometri. Sopra, ci ha appiccicato con lo scotch un cartello: “Per il 2020, ricordati di non cadere”. La sua è stata una gara al solito senza fretta, ma con un solo obiettivo: non spaccarsi la testa (e gli occhiali) come gli era accaduto l’anno prima. Dopo un inizio spettacolare, in anticipo sui temuti cancelli, accade l’imprevisto. “Mentre sognavo in discesa verso Edolo, nel bosco avvolto dal buio della sera, ecco: una radice, un sasso o forse la mano dell’uomo invisibile saltano fuori dal nulla afferrandomi una caviglia e proiettandomi a terra di faccia”, ride adesso lui. “Ricordo solo con uno “sbamm” sordo della testa sul terreno. La lampada volata a qualche metro. Buio. Il viso sanguinante, gli occhiali rotti in due pezzi. Che fare in quelle situazioni? Mi sono medicato stringendomi la bandana e sono ripartito. Ovviamente”. È seguito poi il racconto delle telefonate a casa, degli incoraggiamenti chiesti agli amici (sono Peggiori, questi atleti: mica Eroi Immortali), del supporto del medico, di una cavalcata durata una notte intera. “Alla fine sono arrivato quattro ore prima del 2018”, conclude Vallandi. “Che gioia. L’anno prossimo ci riprovo. Ma stavolta non mi spacco la testa, lo prometto”.
 


​​​​​​​Luca “Cranner” Sovilla ha invece scelto come gara la spettacolare Eiger 51 sulle alpi svizzere, vissuta insieme all’amico Emilio (sì, quello con la testa rotta). E l’ha corsa con gli obiettivi che un Peggiore può avere in imprese come queste. “Si chiama trail, lo vivo come un gioco: e capita spesso che sia colmo di emozioni”, esordisce lui. “Un giorno dirò ai miei figli che papà (a volte) non era a casa perché andava a correre nei posti più belli del mondo. Mi piace pensare che comprenderanno il mio egoismo. E voglio sperare che mi diranno, quando potranno anche loro correre con me: papà, ci torniamo assieme in quei posti?”. Quando si corre con pensieri come questi nel cuore, la narrazione dello sforzo è inutile. Per Cranner la gara è una raccolta di dialoghi. “Era una splendida giornata – ricorda - e le cime di granito risaltavano bene. Siamo sfilati attraverso gruppi di cinesi che avevano raggiunto le vette grazie alle funivie, mentre noi eravamo lì ingobbiti sui bastoncini. Abbiamo parlato in veneziano con un ragazzo moldavo che aveva lavorato nel petrolchimico lagunare.  Fino al traguardo: gli amici ci attendevano con due birre ed Emilio, al quale dedico la corsa, ha potuto finalmente rompere il proprio voto di astemia”.
 


​​​​​​​E dato che abbiamo iniziato la galleria dei peggiori con la foto di Emilio, aggiungiamoci quella di Manuel De Zan, che ha deciso di incorniciare la Tre Cime Experience, che più che una gara è un raduno tra amici delle Dolomiti. Nell’occasione, lui si è fatto un regalo: ha portato a casa un dolometto, l’omino delle montagne che segna i sentieri. “Avevo un sogno, e l’ho realizzato”, dice Manuel. “Un po’ come correre tra i monti: un sogno che si realizza ad ogni gara”.
C’è infine Chiara Pinarel, che racchiude i sentieri e i palcoscenici di una stagione nel Trail Cappadocia. Perché nessun posto è davvero lontano, se poi scegli, come lei, di viaggiare per altri 1.200 chilometri assieme all’amica Serena e visitare luoghi “dove in tutto quello che ti circonda c'è una sorta di velo di magia e i colori sono infiniti, gli orizzonti talmente immensi che è difficile farli stare dentro agli occhi”. Il racconto che fa della gara è emozionante: “Ho attraversato paesaggi eterei ed ho conosciuto un silenzio assordante, ho visto una natura delicata ed essenziale ma in un contesto spesso arido e spigoloso. Ho danzato tra le rocce: lo spirito competitivo non è qualcosa che mi appartiene e quindi mi sono fermata, ho osservato e gustato ciò che mi circonda. Quando corro nulla mi deve sfuggire, tutto mi deve restare”.
Non sapremmo che altro aggiungere a questa stagione dei peggiori, ovvero la migliore stagione per chi ama davvero il trail running.