Mike, la guida alpina più giovane degli Stati Uniti che si innamorò della Val d’Aosta

Scialpinista sul filo dei precipizi, dall’Alaska all’Himalaya è sempre a caccia di nuove sfide. “Rispetto la montagna: la amo e so che può far male”
Michael “Mike” Arnold ha nel dna il fatto di essere un enfant prodige. Era 23enne quando ha deciso di iniziare i corsi per diventare guida alpina. È stato tra i più giovani a riuscire ad ottenere la certificazione “UIAGM/IFMGA Mountain Guides” negli Stati Uniti: aveva solo 27 anni quando ha passato tutti gli esami. Era il 2014 e non fu semplice, la federazione internazionale che riunisce le associazioni di guide di montagna è molto severa: servono capacità tecniche notevoli e spirito di abnegazione. Ma non basta. Mike è anche uno scialpinista di caratura internazionale. SCARPA® è orgogliosa di averlo nella propria squadra a partire da questa stagione.

Mike, hai sempre viaggiato molto nella tua vita. Raccontaci delle tue radici.
“Sono nativo del Maine settentrionale. Come sportivo sono cresciuto nelle gare di sci nel Canada orientale. Poco dopo le scuole superiori, per seguire il mio istinto alla ricerca sempre di luoghi nuovi sono finito a sciare sui monti in Colorado. Non sto mai fermo, cerco continuamente nuove avventure. È stato qui che ho iniziato la mia formazione da guida alpina”.



E hai battuto un record.
“Sono classe 1987, al tempo ero giovanissimo: sono stato il novantaseiesimo americano ad ottenere quella certificazione, tra i più giovani di sempre. L'anno più difficile è stato l'ultimo, quando ho fatto tutti gli esami finali in soli sette mesi. A febbraio il test di scialpinismo a Revelstoke, in aprile quello di roccia a Red Rocks e a settembre la prova sulle cascate dello stato di Washington. È stato sfibrante, ma bellissimo”.

Poi ti sei trasferito in Italia, in Val d’Aosta. Come mai?
“Ho sempre viaggiato molto e le Alpi hanno un fascino tutto loro, che mi ha stregato fin dall’inizio. Ma alla fine è stata una donna, Elena, a conquistarmi. Mi sono innamorato di lei e ho deciso di fermarmi qui. Le Alpi sono diventate la mia casa e il mio parco giochi, anche se ammetto che a volte ho nostalgia dell’Alaska, che mi ricorda i miei vent’anni pieni di viaggi: ho inanellato almeno una dozzina di sfide indimenticabili”.



E allora raccontacene alcune.
“Sono stato in Alaska, in Perù e in Argentina, ma non dimentico i sei anni di sci e arrampicata in Canada e le discese ripide a Grivola, le esperienze nel bacino dell'Argentière, il Miage e l’indimenticabile vetta dell'Aiguille Du Mid. Ho anche tentato un’ascesa con un gruppo di amici ad un picco oltre i settemila metri sull’Himalaya, ma quella volta le condizioni meteo non ci permisero di proseguire. Ho stimato che passo circa 200 giorni all’anno con gli scarponi da sci addosso, vivo più sulla neve che in casa”.

Ma non hai mai paura? I rischi che corri sono sempre altissimi…
“Chi vive di montagna è spesso costretto a confrontarsi con la triste realtà: si rischia davvero, a volte si perdono degli amici. Il pericolo è sempre in agguato, le variabili sono molte. E per uno come me, che vive sempre sul filo degli strapiombi, basta un minimo errore per finire male, malissimo. L’unica cosa che mi sento di dire è che si deve avere il coraggio di fermarsi di fronte a situazioni che non riusciamo a controllare”.

Dunque, quale dev’essere la virtù di un buon alpinista?
“Sicuramente la pazienza. Le montagne hanno davvero tanto da offrire e anche se in un’avventura perdiamo qualche occasione, ci sarà tempo per rifarsi in un’altra spedizione. Mi è capitato di capirlo durante una escursione nella zona di Annapurna, in Nepal: ogni team saliva seguendo il ritmo del gruppo, rispettando i tempi e a volte aspettando per evitare rischi inutili”.

​​​​​​​



Di sicuro, quando ci si ferma, ne guadagnano gli occhi. Quali sono i paesaggi più belli che tu abbia mai visto?
“Ho realizzato molte spedizioni nella catena dell'Alaska e me ne sono davvero innamorato. Il terreno è accidentato e non invecchia mai, sembra eterno. Ricordo il solstizio d’estate sulla Gola di Ruth, è stato uno dei momenti in cui ho capito che davvero avrei voluto donare la mia intera vita ai monti”.
​​​​​​​
Ultima domanda, relativa al futuro. Un animo inquieto come il tuo deve essersi già posto degli obiettivi per il 2020, quali sono?
“Il mio sogno è quello di dedicarmi anima e corpo agli angoli meno esplorati delle Alpi, sperimentare qualche avventura negli anfratti lontani dalle linee classiche oramai troppo battute dagli scialpinisti tra l’Italia e la Francia. Ma vorrei anche ritentare di scalare l’Himalaya per provare l’emozione di sciare a ottomila metri”.