L’OBIETTIVO È SEMPRE LO STESSO: RAGGIUNGERE LA VETTA PIÙ ALTA

Intervista a Marianne Fatton, la neo campionessa del mondo di skialp. “Vi racconto quella vittoria al Patrouille des Glaciers e di come la montagna mi sia entrata dentro l’anima fin da bambina”
Ci sono vite che prendono posto nel vortice senza fatica. Destini che hanno saputo fin dall’inizio quello che volevano diventare. Immagina di nascere in Svizzera da mamma che partecipa alle olimpiadi di Albertville e papà che da giovane vince i campionati europei di corsa in montagna. Immagina di avere due fratelli che ti sfidano a camminare più forte ogni volta che la famiglia va in gita. E mettici dentro un carattere forte, che ama le gare e che non sa vivere senza botte di adrenalina. Miscelate tutto ed ecco a voi Marianne Fatton, svizzera (cantone di Neuchâtel) classe 1995, atleta completa che miscela skialp e skyrunning ad altissimi livelli. Fa parte del team SCARPA®, l’abbiamo intervistata dopo la vittoria in una Coppa del Mondo mozzata dal Coronavirus. “Siamo stati tutti un po’ dispiaciuti per quanto accaduto”, ha detto lei a caldo. “Ma ci sono cose più importanti nella vita. In ogni caso, credo di aver fatto una buona stagione e che la classifica generale sia abbastanza rappresentativa, almeno considerato il numero di gare che abbiamo portato a termine”.



Nell’attesa di rivederti in gara, magari già dalla stagione estiva di skyrunning, ricostruiamo quello che ti ha portato fino a questo punto. Cosa ha scatenato in te l’amore per i monti?
“Credo sia stata la passione per le vette, quelle davvero alte. Sarò per sempre grata ai miei genitori per avermi portato in escursione senza compromessi, insegnandomi che nulla è impossibile da raggiungere: basta provarci, perseverare e non preoccuparsi del giudizio degli altri”.

Qualche avventura vissuta coi tuoi che non dimentichi?
“Mi ricordo quella volta che chiesi a mio padre di portarmi sul Monte Bianco. Partimmo da casa la sera, verso le 23. Due ore dopo eravamo a Chamonix. All’una di notte abbiamo iniziato a camminare, fino ad arrivare al rifugio Goûter. Lì non c’era nessuno, solo tanta neve e fortissimo vento. Era tutto chiuso, era ottobre e ci dovemmo fermare. Più che il fallimento, di quella spedizione ricordo il senso di avventura”.

Hai seguito i tuoi genitori anche mentre gareggiavano, entrambi hanno partecipato a più di una edizione della Patrouille des Glaciers. Cosa ha di mitico quel percorso?
“Da bambina ho ricordi quasi fiabeschi, quelle sveglie nel bel mezzo della notte per andarli a vedere al passaggio di Arolla. Momenti magici, come quando arrivavano al traguardo, a Verbier. Quante emozioni. Già allora avevo un solo desiderio nel cuore: riuscire come loro a portare a termine quella gara”.

Cosa c’è adesso nella tua vita, oltre ai monti?
“Adesso sto lavorando nell’ambito del marketing e delle pubbliche relazioni per una importante azienda svizzera che produce pelli da sci. È questo il settore che prediligo, mi sono laureata in comunicazione e management. Vi rivelo anche un segreto: avrei voluto tanto far medicina, ma non sono riuscita a conciliare allenamenti e un’università di quel tipo. Mi è rimasta la fascinazione per il corpo umano e per la gestione della sua salute, quando posso studio e leggo di questi temi”.



E ora veniamo alla Marianne professionista di ski alp. C’è una vittoria che davvero non dimentichi?
“Mi ricordo lo sprint ai campionati del mondo a Verbier, era il 2015 e io gareggiavo tra gli Junior. È stata la mia prima vittoria, mi ha dato una carica, un’energia e una gioia che ancora oggi persistono in me”.

Dici spesso che nello ski alp la dimensione “collettiva” ti fa star bene, anche durante gli allenamenti. C’è meno stress in una competizione nella quale si corre in due?
“Vi racconto la “piccola” della Patrouille des Glaciers, quella nella quale feci il record assieme a due grandi amiche, Florence Buchs and Déborah Chiarello. Nessuna di noi era partita per infrangere il primato. Ma ci siamo aiutate a vicenda durante tutto il percorso, finché siamo riuscite nell’inimmaginabile. Condividere certi momenti è semplicemente fantastico”.

Hai mai pensato a come potrebbe essere la tua vita lontana dai monti?
“Onestamente, spero non capiti mai. La montagna è la mia casa. Adesso la vivo anche professionalmente, per allenarmi. Quando finirà la mia carriera farò lo stesso, magari senza cronometro. E sarà forse ancora più bella”.

​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Credits: Maurizio Torri, Riccardo Selvatico