Benvenuta Hillary Gerardi, la skyracer più sorridente di sempre!

Statunitense d’origine, francese d’adozione. Hillary Gerardi racconta i segreti che l’hanno resa tra le più forti alpine runner al mondo.

Hillary Gerardi è nata nel 1986 in una piccola città del Vermont, negli Stati Uniti. Ma siccome il motto esistenziale che si è inciso nell’anima è quello dell’“ama ciò che fai, fa’ ciò che ami”, nel 2010 ha deciso di trasfersi sulle Alpi francesi col marito Brad. 
Oggi lavorano entrambi al Crea Mont-Blanc, il Centro di ricerca per gli ecosistemi apini: lui diventerà guida alpina, lei si allena per mantenere la leadership nello skyrunning. Il suo 2018 è stato da record, è campionessa mondiale del circuito “Skyrunner extra world series”.
 

Hillary, e pensare che tutto era iniziato con un prosciutto che ti avevano regalato dopo una gara. Cosa successe quella volta?
(Ride, ndr). “In effetti sono arrivata alla corsa in montagna quasi per caso. Fin da ragazzina amavo la vita all’aperto, poi con gli anni mi sono appassionata allo scialpinismo e alle scalate. Ho iniziato a correre solo nel 2012, a causa di un brutto incidente sugli sci. Cercavo qualcosa di meno pericoloso, ho trovato l’amore. Che è scoppiato nelle montagne Chartreuse vicino a Grenoble, in Francia, vicendo una gara da venticinque chilometri, come premio c’era un prosciutto intero. Ero troppo contenta, mi sono giurata che non avrei più smesso”.
 

Da allora, di monti nei hai visti tanti, di gare ne hai corse a decine. Quale è la superfice che ami maggiormente?
“Se non uso le mani non sono felice. Adoro i percorsi tecnici, difficili, meglio se con corde. Per questo mi sono innamorata di gare come la Trofeo Kima e la Monterosa Skymarathon. Mi piace correre tra i boschi, sto bene se c’è un single track in salita tra le rocce. Ma l’anima da scalatrice che è in me vuole sentieri verticali, aggressivi. A chi mi chiede quale sia la mia gara ideale rispondo sempre nello stesso modo: una corsa dalla base della montagna alla vetta, e ritorno. È quella l’origine di tutto”.
 

Passione, certo, ma dietro i tuoi risultati c’è sicuramente un grande allenamento. Come fai col lavoro?
“Cerco di gestirmi la settimana con tre o quattro uscite da un’ora, un’ora e mezza. Nel week end poi allungo le distanze, cerco di uscire almeno tre o quattro ore. I sentieri sono quelli vicino a casa, sul Monte Bianco. Ma quando posso cerco di viaggiare, di scoprire nuovi luoghi. In me c’è l’animo da esploratrice, la gara è solo un passaggio. Mi piace andare lontano, correre a lungo, cercare sulla mappa luoghi nuovi e raggiungerli. Nessun posto è lontano se vuoi davvero raggiungerlo”.


Questo ti ha portato a livelli incredibili, hai corso e vinto persino la gara organizzata da Kilian Jornet, la Tromso Skyrace in Norvegia. Ma quale sfida ricordi con più emozione?
“Al momento sto provando tutte le dimensioni possibili, dal chilometro verticale all’ultra, passando per le skyrace e i trail. Ci sono gare lussureggianti, tropicali come quelle a Madeira, e altre più austere come quella a Canazei. In ogni caso, Kima, Tromso e Glencoe sono tra i miei trail preferiti, sono super tecnici e adoro certi passaggi. Anche se poi alla fine rimane indimenticabile l’esperienza del tuffo nel lago dopo il Limone o la Trentapassi”.
 

E in ognuna di queste gare c’è una tua foto nella quale sorridi, la gioia che sprigioni sui sentieri più difficili ti ha reso celebre. Come fai ad essere sempre felice sotto sforzo?
“Io non conoscevo la corsa prima di avvicinarmi allo skyrunning. Amavo la montagna, i suoi paesaggi mozzafiato e l’emozione che mi donava il silenzio. Per questo, quando volo sulle discese o mi arrampico con le mani nelle salite più dure sono semplicemente felice. Sono nel posto dove vorrei essere, a fare quello che amo: mi sento fortunata e in pace con l’universo. Quando mi accorgerò di non provare gioia in una corsa, credo che non vorrò più gareggiare. Non ho altri segreti”.